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17 Aprile 2018



LA NEVICATA FUORI STAGIONE DEL 17 APRILE 1991


Ricorre oggi l'anniversario di quella che è stata la nevicata più tardiva dell'ultimo secolo. 27 anni fa, infatti, la neve è tornata a imbiancare le pianure del Nord Italia nonostante si fosse già nel cuore della primavera!
Un evento improvviso e per certi versi inaspettato: la faccia mite della primavera sembrava essere arrivata, il 16 Aprile infatti (il giorno prima!) la massima ha raggiunto i +22°C. Ma quel 17 Aprile...

La giornata iniziò come tutte le precedenti, mite e un po' di sole: la temperatura a mezzogiorno a Voghera raggiunse i +18°C. Nel frattempo, però, un nucleo di aria gelida  artica (immagine sottostante) stava scendendo rapidamente da Nord verso le regioni settentrionali italiane.



Nel pomeriggio ci fu un netto incremento dell'instabilità, con la formazione di rovesci e temporali anche grandinigeni. Col passare dei minuti e delle ore, tuttavia, la temperatura a tutte le quote calava sempre di più e con essa la quota neve, fino a che nel tardo pomeriggio / sera anche la pianura arrivò a 0°C! 
I dati dell'archivio della stazione meteo del Gallini di Voghera mostrano la grandezza dell'evento in sé: dopo una massima appunto a +18°C, la temperatura precipitò fino a raggiungere i -0.1°C in serata. Il vento, durante i temporali, superò i 70 km/h.
Accumulo neve: tra le province di Pavia e Alessandria il manto nevoso ha raggiunto i 2/4 centimetri, con punte anche a 5 o poco più in Oltrepò Pavese.

Ecco un video molto bello di quel giorno, girato a Milano:



Il 18 Aprile toccò all'Emilia Romagna, con accumuli anche superiori ai 10/20 cm sulla pedemontana appenninica! Da noi, invece, fu una giornata fredda con una massima a Voghera di soli +6°C.

La primavera con questo evento aveva subito un grave "colpo": anche i giorni successivi rimasero infatti molto freddi, con minime che fino a fine mese hanno sfiorato gli 0°C.

Un evento completamente opposto alla giornata odierna, con la massima che tocca i 25°C (nei prossimi giorni potrà addirittura avvicinare i 27°C).
D'altronde, la primavera è così. Ammesso che la neve a metà Aprile (1991) o temperature quasi estive (2018 e non solo) sono due estremi, sono comunque le due facce della stessa medaglia, le due facce della primavera, una stagione dove può fare sia periodi invernali tardivi sia periodi estivi anticipati. 
Per questo motivo la temperatura media nelle stagioni di transizione (primavera e autunno) acquisisce poca importanza, in quanto è fatta da eventi freddi e da eventi caldi senza una vera e propria via di mezzo.

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12 Aprile 2018


FORTE GRANDINATA NEL PAVESE!

Si sapeva sarebbe stato un Giovedì pomeriggio molto instabile, ma un evento del genere era imprevedibile.
Molte aree della provincia di Pavia, in particolare sulla fascia dell'Oltrepò più vicina alla pianura e nella zona di Pavia città, sono state totalmente imbiancate dalla grandine, di piccole dimensioni, con accumuli anche di diversi centimetri!
La causa è stata la presenza di aria fredda in quota sopra una Valpadana più mite (ad Aprile i contrasti iniziano a farsi accesi).
Ma riavvolgiamo il nastro.

Verso le 14, sull'angolo sud-occidentale del Pavese, nei pressi di Voghera, si forma un piccolo temporale che subito scarica rovesci intense, fulminazioni e chicchi di grandine.

Ore 13 - Radar CML - Centro Meteorologico Lombardo

Inizia quindi la sua risalita verso Nord. Oltrepassato il Po, si intensifica ulteriormente (notare, nell'immagine radar sotto, la presenza del colore viola), tanto da "deviare" la sua traiettoria verso nordest nonostante le correnti in quota spirino da sud/sudest: chiaro segno che probabilmente è un temporale a supercella, ossia la nube temporalesca è in rotazione.

Ore 15 - Radar CML - Centro Meteorologico Lombardo

La foto seguente, di Marcus Coste Pascuta Iosif, tolgono ogni dubbio: si nota un abbassamento del livello delle nuvole con tanto di "codino", che non è altro che il risucchio di aria da parte del temporale (inflow tail). È una supercella vera e propria! (per capirci, le supercelle sono quei temporali talvolta capaci di generare i tornado)



Le precipitazioni hanno lasciato un paesaggio surreale, tutto completamente imbiancato dalla grandine!
La foto sottostante è stata scattata all'Università di Pavia da Sara Bonamico.




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13 Marzo 2018



IL RISCHIO TORNADICO IN ITALIA

Nella serata di Lunedì 12 Marzo un tornado ha colpito il Casertano, provocando numerosi danni e anche diversi feriti. È stato il primo dell'anno in Italia, per cui possiamo dichiarare che si è aperta la stagione. Perché, contrariamente a quanto si pensi, in Italia i tornado non sono così inusuali, anzi, grazie alla particolare orografia siamo il Paese europeo che mediamente registra il maggior numero annuale di eventi tornadici: se per il Centro-Sud il mare è una naturale fonte di energia, al Nord la conformazione della Valpadana permette di avere dinamiche tornadiche simili a quelle che decine di volte all'anno colpiscono le grandi pianure statunitensi.

Partiamo col dire che tromba d'aria e tornado sono la stessa identica cosa. "In Italia ci sono solo trombe d'aria, non tornado" e "Si dice tromba d'aria quando è debole" sono due convinzioni totalmente errate. 
Si chiama tornado quando vi è un cono che -ruotando su se stesso- dalla nuvola scende verso il suolo, toccandolo.
Il tornado si forma in particolari condizioni di direzione e intensità del vento alle varie quote (solitamente accumulo di aria al suolo e "vuoto" d'aria in quota), uniti alla massiccia presenza di energia (aria caldo-umida) alle basse quote. In questo caso la possente nube temporalesca, alta una decina di km, ruota anch'essa su se stessa, e prende il nome di mesociclone, e il temporale viene chiamato a supercella.
Altre volte, però, i tornado possono formarsi anche da nubi temporalesche che non ruotano, esclusivamente grazie a forti convergenze al suolo: sono i cosiddetti tornado landspout o waterspout (dipende se sono sulla terraferma o sul mare).
Spesso viene erroneamente chiamato tromba d'aria quell'evento temporalesco con vento forte e secchiate d'acqua orizzontali, fumose: il termine corretto è downburst (letteralmente "scoppio verso il basso", poiché le forti correnti discendenti arrivano al suolo violentemente spargendosi poi in tutte le direzioni, proprio come se fosse uno scoppio). Per cui, solo nel caso in cui viene avvistato il cono si può parlare di tromba d'aria.
Vengono classificati in base alla loro intensità in una scala che va da 0 a 5 (Scala Fujita F, poi corretta in Enhanced Fujita EF negli ultimi anni grazie a ulteriori studi): i più deboli e anche i più numerosi, gli EF0, hanno venti tra 100 e 140 km/h circa, fino ad arrivare agli EF5, estremamente rari, con venti che superano i 320 km/h.
Nella foto sotto, tipico tornado landspout (base della nuvola alta e orizzontale), fotografato da Voghera verso Milano il 22 Maggio 2016.



In Italia buona parte dei tornado documentati sono marini, inoltre il numero di quelli da supercella è minore e maggiormente concentrato sulla Pianura Padana. Tuttavia, sono proprio quest'ultimi ad aver fatto notizia: ricordiamo il tornado nel Modenese del 2013 (classificato con EF2/3), il tornado nel Veneziano del 2015 (EF3), ma il record italiano spetta a quello in Oltrepò Pavese del 16 Giugno 1957 (EF4/5).
Nonostante in Italia non siano rari, non esiste alcuna conoscenza di base su questi fenomeni. Troviamo infatti numerosi video amatoriali di persone a pochi passi dal tornado senza essere consci del rischio che in quei momenti corrono; non tanto per il tornado in sé, quanto per i detriti che solleva, che possono essere scagliati ad alta velocità anche a parecchie centinaia di metri di distanza.
Nella cartina sottostante sono segnati tutti i tornado documentati negli ultimi decenni. Nella zona del Casertano storicamente ce ne sono già stati, dunque possiamo concludere che è stato un fenomeno che risiede nella normale climatologia della zona, seppur estremo.




Le classificazioni vengono fatte nelle settimane successive grazie a studi e documentazioni anche sul posto, non c'è una correlazione diretta tra grandezza del tornado e sua intensità. Tuttavia, secondo le prime stime vedendo l'entità dei danni, quello di Caserta di ieri sera si potrebbe classificare come EF1/2.

Dalle foto (prese dalla pagina Facebook "Tornado in Italia") e dal video che vi proponiamo possiamo intuire come sia stata una supercella a generarlo (il cono scende da una nube più bassa e più larga).

Frame video mentre un traliccio viene tranciato, generando una forte luce








Un evento, abbastanza imprevisto anche considerando il periodo, che rimette alla luce l'elevato rischio tornadico nel nostro Paese.



10 Marzo 2018

LA GRANDE NEVICATA DEL 9-10 MARZO 2010

Siamo appena usciti da un breve ma intenso periodo invernale, quasi fuori stagione, che ha portato circa 20 cm di neve in pianura nell'arco di tre giorni. Eppure, qualcuno se lo ricorderà, non molto tempo fa si riuscì a fare di meglio -in termini nevosi-.
Infatti, ricorre l'ottavo anniversario della grande nevicata del 9-10 Marzo 2010. "Grande" perché è stata una delle più intense nevicate della storia per quanto riguarda il mese di Marzo: tra le province di Pavia, Piacenza e Alessandria in meno di 24 ore sono caduti tra i 30 e i 40 cm!
Ma ripercorriamo quel periodo...

Tutto è iniziato il 5 Marzo, quando da Nord irruppe improvvisamente aria molto fredda che, grazie a una pianura relativamente mite, generò in Valpadana isolati temporali.. nevosi! Uno di questi, nato sulle Prealpi bergamasche, scivolò verso il Lodigiano, Cremonese, Piacentino e Pavese.

5 Marzo 2010 - Fronte freddo da Nord irrompe sul Nord Italia

Nei giorni seguenti continuò ad affluire aria fredda: in questi frangenti un secondo nucleo freddo da nordest riuscì a spingersi più a ovest, aggirando le Alpi ed entrando nel Mediterraneo passando dalla Francia verso la Sardegna, generando un'intensa depressione l'8 Marzo (immagine satellitare sotto).
Le prime precipitazioni, molto deboli, giunsero da sud nella giornata successiva, mentre al suolo continuava a essere richiamata aria più fredda da est.

9 Marzo 2010 - Tipico schema da "nevicata da irruzione": nucleo freddo da nordest aggira le Alpi richiamando aria più umida da Sud e generando una Bassa Pressione

8 Marzo 2010 - Nascita sul Mediterraneo di un'intensa depressione, con formazione di un "occhio"

Ma è nella notte del 10 Marzo che arrivò il piatto forte: forti nevicate risalirono da Sudest (seguendo la tipica rotazione antioraria della depressione), accompagnate da un'intensificazione del vento da est che contribuì a rendere piuttosto irregolari gli accumuli, oltre che a dare l'effetto di una nevicata orizzontale. Insomma, una sorta di blizzard!
Il risveglio del 10 fu completamente ovattato, circa 30/40 cm di neve che ammantavano tutto. La giornata continuò con del nevischio, senza alcun attecchimento in quanto nel frattempo la temperatura salì verso i +1°C. In serata ci fu una breve intensificazione della nevicata, che portò un altro paio di cm.

10 Marzo 2010 - Depressione che entra nel vivo con risalita da sudest di intense precipitazioni

10 Marzo 2010, Pontecurone (AL), ore 9 - Irregolarità dell'accumulo al suolo, muri e finestre innevati: segno del vento forte
(foto di Sergio Franzosi - Centro Meteorologico Lombardo)

10 Marzo 2010, Gossolengo (PC), ore 9 - Alberi "sepolti" dallo spesso manto nevoso
(foto di Giuliano Rasparini - Centro Meteorologico Lombardo)
11 Marzo 2010 - "Muri" di neve ai lati della strada a Pian dell'Armà (PV)
(foto di Cristian Masante - Centro Meteorologico Lombardo)
Una delle più grandi nevicate della storia per il mese di Marzo, che però è stata presto dimenticata. Il motivo può essere che, per colpa di una ripresa imminente e repentina delle temperature, in pianura dopo due giorni già non ne rimaneva più traccia, a differenza della nevicata della scorsa settimana che è rimasta al suolo diversi giorni grazie al mantenimento di temperature piuttosto basse.

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7 marzo 2018

COME SI MISURA LA NEVE?

Quando nevica c'è un dato su cui non ci si mette mai d'accordo: quanta neve c'è! Dai più ottimisti, che appena vedono uno straterello di neve azzardano di base un "5 centimetri" ai più cauti, che misurano a loro modo in "un mezzo dito", "mezza mano" e via dicendo. Insomma, sembra che le misure universali siano dimenticate. Mentre è ormai facile accordarsi (fino a un certo punto) su temperature e pressione atmosferica, anche grazie a stazioni automatiche, la neve va misurata manualmente. Solitamente possiamo semplificare dicendo che ad ogni millimetro di pioggia caduta corrisponderà un centimetro di neve. Questo è un compromesso particolarmente vantaggioso se sono previsti 10 mm di precipitazione in forma di neve e il meteorologo prevede automaticamente 10 cm di manto nevoso. Purtroppo non è mai così semplice, anche perché la neve può attechire in un punto e non farlo in un altro, per via del suolo gelato, di fonti di calore, della natura isolante o meno di dove cade. Lasciamo quindi il meteorologo ai suoi più numerosi problemi e limitiamoci alla neve che è già caduta. Le regole dicono che essa va misurata sopra una tavoletta di legno bianca, misurare in diversi punti e considerare il valore medio. Detto questo è utile sapere che essa va considerata "appena possibile" perché tende a schiacciarsi sotto il suo stesso peso, che è maggiore se è ricca di umidità. Insomma, non c'è una regola generale riguardo a questo e tanto meno possiamo dire che a un centimetro corrisponda un millimetro. Questo è più facilmente vero per nevicate intorno a 0°C. Quando fa molto freddo il rapporto cambia, possiamo rozzamente dire che è di 1 a 2 (1 mm di pioggia per 2 cm di neve), aumentando col diminuire della temperatura. La nevicata dei primi di marzo, iniziata con temperature intorno -2/-3°C, fece misurare 9 cm di accumulo per 4 mm di precipitazioni.






5 MARZO 2016 - TEMPORALE DI NEVE

Ricorre il secondo anniversario di un evento meteorologico piuttosto curioso che ha tenuto alla finestra migliaia di persone in molte zone del Nord Italia: il temporale nevoso del 5 Marzo 2016.
Da diversi giorni si registravano temperature primaverili, ben superiori alla norma, con valori anche oltre i +15°C. Questo ha creato uno strato mite e umido sulla Valpadana, nonché un Mar Ligure più caldo del normale per il periodo: come accade d'estate, sono stati ulteriori fonti di energia per la forte perturbazione atlantica arrivata nella notte tra il 4 e il 5 Marzo, accompagnata da aria più fredda.

E così, grazie alle intense precipitazioni, l'aria fredda si è riversata al suolo facendo abbassare rapidamente la quota neve, che ha toccato anche la pianura. L'area collinare tra Oltrepò e Alessandrino si è risvegliata sotto una forte nevicata accompagnata da tuoni e fulmini, fenomeno piuttosto raro! A fine evento circa 15 cm a Tortona, 8 cm a Salice e 3 cm a Voghera.







I TIPI DI NEVE



Quante volte abbiamo giudicato una nevicata asciutta o bagnata... Ma esistono davvero queste differenze? La risposta è sì!

La forma del fiocco di neve è estremamente dipendente dalla temperatura e soprattutto dall'umidità che incontra tra la nube e il suolo. Può succedere di veder piovere infatti con +1°C, ma anche di veder nevicare con +3°C!
In quest'ultimo caso, in special modo se la precipitazione è intensa, la neve assumerà una forma tondeggiante, e viene chiamata neve tonda o graupeln: il cristallo di neve riesce ad attraversare lo strato d'aria a temperatura superiore allo 0°, ma le sue ramificazioni vengono circondate di acqua. Al suolo la vediamo come "pallini" che rimbalzano.
Se lo strato d'aria a temperatura (ampiamente) positiva si trova in quota, e al suolo permangono temperature negative, il fiocco di neve nello strato caldo si scioglie, ma la goccia d'acqua anche tornando in ambiente sottozero non tornerà mai un fiocco (è un processo irreversibile), per cui gela al contatto con qualsiasi superficie. È il pericoloso fenomeno del gelicidio pioggia congelantesi, il quale forma un insidiosissimo strato omogeneo di ghiaccio al suolo.

Se escludiamo queste "particolarità", in funzione della temperatura al suolo (o comunque della quota alla quale ci troviamo al momento dell'osservazione), può nevicare bagnato o asciutto: in caso di neve bagnata, i cristalli di neve stanno già tendendo allo scioglimento, per cui si riempiono di umidità, infatti solitamente accade con temperature tra +0.5° e +2°C. Spesso riesce anche ad accumulare, formando uno strato di neve anche a vista molto compatto: i "buchi" d'aria tra i vari cristalli vengono riempiti dall'acqua, per cui il manto nevoso risulterà basso e compatto.
Con la neve asciutta, i cristalli di neve cadono intatti, e il manto nevoso al suolo cresce velocemente: al suo interno, però, c'è molta aria. Di conseguenza, quando il manto inizia a sciogliersi, l'acqua riempie i pori e la sua altezza decresce velocemente, compattandosi.
Una curiosità sulla differenza tra neve asciutta e bagnata, e quindi sulla presenza o meno di acqua tra i cristalli, la vediamo quando proviamo a fare la palla di neve: in caso di neve bagnata ci riusciamo tranquillamente, in caso di neve asciutta no, per quanti tentativi facciamo.
Non sempre i millimetri di precipitazione corrispondono a un preciso accumulo in centimetri di neve. 5 mm di precipitazione ad esempio con -3°C possono portare anche 15 cm di neve, mentre se cadono con +1°C addirittura 2-3 cm (in quest'ultimo caso, la troppa acqua presente appesantisce subito il manto e fa fatica a crescere).

Insomma, possiamo dire che il fiocco di neve è un perfetto "radiologo" dell'atmosfera in quanto ci dice tanto sulla situazione termoigrometrica tra la nuvola e il suolo.




IL CAMBIAMENTO CLIMATICO...CHE NON C'ENTRA NIENTE

Non appena il termometro sale o scende di qualche grado è di moda chiamare in causa riscaldamento globale e cambiamenti climatici. Già il fatto stesso che in inverno sia freddo non dovrebbe essere vissuta come l'apocalisse ma, senza dubbio, l'ondata di gelo che stiamo vivendo è inconsueta. Ma non significa né che sia segno di cambiamento climatico, come è stato detto. In primo luogo la media climatica è una media statistica, fatta di periodi più freddi e più caldi della norma. Per intenderci, è molto più normale che ci sia una ondata di freddo che le continue ondate di caldo cui siamo abituati da giugno a ottobre. In secondo luogo la causa di questo fenomeno è ben conosciuta, e giustamente è stato richiamato il famoso 1985 a paragone.
Cosa ha dunque causato questa ondata di gelo? È successo che la bassa pressione fredda che staziona sul Polo si è spezzata, per così dire, a causa di un fenomeno che si chiama riscaldamento stratosferico (che nulla ha a che fare con i cambiamenti climatici). L'aria fredda insomma è stata spodestata dal suo luogo naturale ed è scesa verso Sud, inondando Siberia, Russia e poi, a causa delle correnti da Est, si è riversata sull'Italia, e non solo. Tutto qui. Presto le cose torneranno alla "normalità", ma lasciate che il tempo faccia il tempo, perché non è un frigorifero di cui si può regolare la temperatura e nemmeno un qualcosa di cui si possa parlare a caso, come se fosse argomento di tutti e nessuno. La gente poi si stufa e non crede più a niente.



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UNA SEMPLICE CLASSIFICAZIONE DELLE NUVOLE



 

Le nuvole si possono molto semplicemente classificare in due tipi a seconda che si estendano maggiormente nel senso dell'altezza (cumuli) o della larghezza (strati).
Questa semplice osservazione può permettere di distinguere in linea di massima il tipo di nuvole responsabile di piogge persistenti e diffuse (strati) da quelle che causano rovesci e temporali (cumuli). Non è sempre facile distinguerle, ma se si riesce si può già avere una idea del tempo che ci aspetta, posto che le nubi a forma di cumulo (cumuliformi) sono diffuse nelle stagioni calde, quelle stratiformi in quelle fredde. Quando riusciamo ad osservare una nube un pò da lontano o nel caso in cui si rompa lasciando squarci di sereno è facile: una nuvola cumuliforme ha uno spessore notevole, quella stratiforme no, è molto più piatta.
Ovviamente strati e cumuli si combinano fra di loro e nelle varie altezze per formare altri tipi di nuvole, ma la nuvola temporalesca è detta cumulonembo e si riconosce dalla notevole estensione verticale che può essere anche di diversi chilometri, arrivando fino alla cima della troposfera, lo strato di atmosfera che contiene le nuvole e dove si svolge anche la nostra vita.
Un caso particolare del periodo invernale è quello degli strati bassi che si formano quando le nebbie si alzano dalle pianure. In questo caso possiamo considerarle nuvole a tutti gli effetti, anche se chi vi è avvolto, magari a pochi metri sopra la pianura, sulle prime colline, potrebbe essere decisamente in disaccordo.

 

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